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Ricky Russo e il sogno di Radio Nuova York

  • Immagine del redattore: Marta Zannoner
    Marta Zannoner
  • 3 nov 2019
  • Tempo di lettura: 8 min



Il 21 settembre a New York c’è stato il lancio di Radio Nuova York, un progetto radiofonico ideato da due italiani, Alberto “Polo” Cretara e Ricky Russo, e destinato alla comunità italiana nella Grande Mela, ma non solo. Ricky Russo è un giornalista musicale e dj, grande esperto di musica, ma soprattutto triestino. Da qualche anno si è trasferito Oltreoceano per cercare di trovare la sua strada, coltivando le sue passioni. Ha anche scritto un libro Per Bon, For Real, dove in dialetto triestino racconta la sua esperienza tra Trieste e New York. L’abbiamo intervistato per farci raccontare come stanno andando le cose laggiù e cos’è Radio Nuova York.

Com’è nata la tua passione per la musica? La passione per la musica mi è venuta abbastanza presto. Un particolare ricordo di quando la musica mi emozionava è quello di quando mio padre ascoltava i dischi di Elvis, e anche quando mia sorella ed io guardavamo assieme a lui i film con Elvis. Da molto giovane quindi ho cominciato ad ascoltare Rock’n’roll, e da là non mi sono più fermato. Amo tutta la buona musica. Ho fatto tutto quello che si poteva fare con la musica, senza mai suonarla! Dal lavorare in radio, al giornalista musicale, dall’organizzatore musicale, al dj, un po’ di tutto! La musica è il mio respiro e il mio ossigeno. La musica mi ha salvato la vita molte volte.

Mi sembra che anche a casa tua si respirasse buona musica. Devo dire non in una maniera esagerata. Io sono cresciuto negli anni ’80 e ascoltavo tantissimo metal e punk. Non era solo una questione di musica, ma nell’adolescenza diventava anche una questione di scegliere da che parte stare. Essere un po’ ribelle soprattutto nell’adolescenza, quando cresci e vedi un sacco di cose che non ti piacciono. La musica era un modo di appartenere ad una tribù, nel mio caso del metallaro e del punk. C’erano dei gruppi triestini che per noi giovani degli anni ’80 erano dei veri e propri miti, che erano gli Steel Crown e gli Upset Noise, che facevano tour in tutta Europa. Nelle loro canzoni c’era tanta ribellione ed era una roba che da ragazzino mi colpiva tanto. La musica mi permetteva anche di avere un altro punto di vista sul mondo. Il rapporto con la musica è sempre stato un po’ esistenziale.

Da quanto tempo sei a New York? A New York da due anni, ma non di fila perché per un paio di mesi sono stato a Trieste. Sono venuto a New York nel 2012 per la prima volta, per vedere che opportunità c’erano qua  e mi sono subito innamorato di questa città. Addirittura scrissi un libro, in cui raccontai New York in triestino, Per Bon For Real, che mi portò tanta fortuna e buon karma. Io non avevo mai usato il triestino quando scrivevo, ma New York mi aveva portato a pensare alle mie radici. La città è immensa e quando arrivi qua ti aggrappi a quello che hai e a quello che sei. Io continuo a rivendicare la mia appartenenza a Trieste anche da New York.

Hai avuto modo di viaggiare molto? Ho sempre avuto la passione per il viaggio. L’ho presa dai miei nonni. Uno faceva il fuochista sulle navi e l’altro viaggiava sempre. Però non mi ero mai spostato da Trieste. Avevo lavorato per dieci anni per Radio/TV Capodistria. Però nel 2012 mi sentivo proprio disperato. Avevo perso il lavoro e dove ero non c’erano più possibilità e non riuscivo più a fare le cose che mi piacevano. Ho fatto questo salto senza conoscere nessuno e senza avere contatti. Ed è stata una scelta che sono contento di aver fatto.

Com’è nato il progetto di Radio Nuova York? Radio Nuova York nasce da Alberto “Polo” Cretara, che è un vero newyorker, essendo qua ormai da quindici anni. Lui è un punto di riferimento per il rap italiano, uno dei suoi pionieri. Rapper, writer e grande conoscitore della cultura hip-hop. Con la sua crew, La Famiglia, a Napoli, e non solo, fu un punto di riferimento per tutti i rapper che iniziavano ad approcciarsi a questo stile in Italia. E’ un vero personaggio. Ha fatto anche film. E a New York ha questa catena di pizzerie, la Farinella Bakery, frequentate anche da clienti vip come Paul McCartney, Robert De Niro e Tom Hanks.

Come hai conosciuto Alberto Cretara? Io ho conosciuto Alberto qua a New York perché ho fatto una collaborazione conICN, una radio che rappresenta soprattutto gli italo-americani, però sotto un’ottica un po’ passata e legata ad una certa visione degli italiani. Al tempo intervistai Alberto per ICN, poi da lì siamo rimasti in contatto. Lui ha sempre avuto la fissa di creare una radio perché sentiva storie di quelli che aprivano web radio e che ottenevano un successo pazzesco. Poi lui mi ha chiesto di cominciare questo progetto con lui, con l’idea di raccontare la nuova comunità italiana e l’italiano moderno, per aggiornare l’immagine che si ha dell’italiano qui a New York.

Ovvero? Si voleva creare una radio che diventasse un punto d’incontro per tutti gli italiani che sono arrivati qua negli ultimi anni, che sono degli immigrati diversi rispetto a quelli del passato. Sono laureati e specializzati, sono grandi talenti che non hanno trovato spazio in Italia. Oltre a questo, l’idea della radio come primo pubblico ha pensato alla comunità italiana a New York, poi a tutti gli americani che amano la cultura italiana e poi, essendo una web radio, ci sarà la possibilità di ascoltarla in tutto il mondo e, visto che c’è molta attrazione per New York, vogliamo raccontare proprio la città. La sede della radio è a Chinatown, e in questo momento io vivo nella casa-radio, che si trova nel soggiorno. Sul bancone della cucina appoggiamo i microfoni per fare le interviste. Abbiamo già iniziato a registrare del materiale, e presto saremo anche su You Tube. L’idea è che Alberto si mette a preparare la pasta per tutti mentre intervistiamo l’ospite di turno.

Secondo te come mai è importante dare una visione della cultura italiana moderna? Perché fa bene a tutti e soprattutto agli italiani. Prima di tutto per far vedere che ci sono moltissimi talenti che non trovano sbocchi in Italia. Bisogna mettere in circolo un po’ di ottimismo e dare il giusto peso a chi se lo merita. L’idea di aggiornare l’immagine dell’italiano fa bene anche a noi che siamo qua in questa comunità, fa bene anche a comunicare all’americano che non siamo solo Little Italy, quindi macchiette, e poi è un modo per far vedere che per tanti giovani ci sono delle possibilità. Tante volte ci sentiamo in colpa, almeno io ho passato anche questa fase, e andiamo in depressione quando non riusciamo a fare le cose che ci piacciono e pensiamo che sia colpa nostra. Purtroppo in Italia il periodo è abbastanza difficile e negativo, però forse è sempre stato così. Non è che in passato fosse tanto diverso. Io ho l’esempio di mio nonno, che emigrò negli anni ’50 in Australia insieme alla famiglia per trovare nuove opportunità. Trieste è sempre stata una città di confine, multietnica e multiculturale, e ricordiamoci che, in senso buono, quasi tutti i triestini sono “bastardi”, un mix di razze e culture. Anche io sono un miscuglio: i nonni paterni pugliesi e quelli materni croati. E’ sempre stato così. Non voglio entrare nella politica ora, però è molto naturale che la gente si sposti, che provi a migliorare la propria vita muovendosi. Se la tua città non ti dà quello che ti serve, perché non provare a spostarsi? Alcuni dei nuovi emigrati che vengono qua riescono a far carriera e ad esprimere il proprio talento.

Nei vostri programmi parlerete in italiano, in inglese, in un mix linguistico? Sarà un 70, 80% in italiano, ma poi ci saranno anche programmi in inglese. Il senso però è proprio quello di parlare in italiano, ed è una cosa che ci capita sempre qui a New York. La comunità italiana è talmente grossa che molto spesso ci si ritrova a parlare solo italiano.

Intervisterete solo personaggi italiani? Assolutamente no. Intervisteremo in prevalenza sicuramente italiani. Però cercheremo di raccontare New York, con i suoi grandi personaggi e tutto quello che succede. Non ci sono limiti in questo. Soprattutto non trasmetteremo solo musica italiana, ma la buona musica di tutti i generi. Inoltre in America c’è molto interesse per la cultura italiana e secondo me ci sarà un pubblico variegato ad ascoltare Radio Nuova York.

Com’è stato spostarsi a New York? Ti chiedo anche qualche consiglio per coloro che vogliono spostarsi oltreoceano. Guarda, un consiglio che posso dare è quello di venire qua una prima volta, anche per vedere se la città ti può effettivamente piacere. Io ho fatto così. Sono venuto per un periodo inizialmente senza lavorare, ma per esplorare. Quando ho capito che mi interessava stare a New York sono ritornato con un visto da giornalista. Direi che ogni caso è a sé. Per lavorare però bisogna avere un visto. Bisogna inoltre amare New York, essere flessibili, sapersi adattare e fare sacrifici. New York è una città molto dura, ma giusta, e premia coloro che sono focalizzati su un’idea e si danno da fare. Ecco, un altro consiglio che posso dare è di venire qui con un progetto e costruire la propria permanenza qua attorno al tuo progetto. Questa è una grande differenza con l’Italia. Alle volte ti sembra di girare a vuoto, di fare tanti sacrifici, senza però mai riuscire a raccogliere quanto meriteresti. Qui a New York c’è meritocrazia e anche la sensazione che tutto possa succedere, e che la tua vita possa veramente cambiare da un giorno all’altro. Con tutte le cose che la città offre si riesce a sacrificarsi anche più volentieri.

Quindi, parlando di musica, un giovane musicista ha la strada più spianata? Spianata forse no. A New York ci sarà sempre qualcuno più bravo di te. C’è molta competizione, però tutta questa competizione ti fa crescere tantissimo, motivandoti, dandoti entusiasmo e spinta. Questo vale sia per i musicisti, sia per qualsiasi altra professione. L’importante è, come ti dicevo, venire qui con un progetto.

Raccontaci anche di Musicraiser e di tutti gli eventi che state organizzando per Radio Nuova York.

Musicraiser, la raccolta di fondi online è una cosa molto comune per finanziare un progetto. La usano sia i grandi artisti, sia i gruppi più piccoli. Abbiamo deciso di usare Musicraiser perché è una piattaforma italiana, ma dal sapore internazionale, e quindi si sposava perfettamente con le nostre esigenze. Poi, non è che conMusicraiser facciamo la radio, ma è stato anche un modo per promuoverci e arrivare alla gente. Quello che andremo a creare non sarà solo per noi, ma per la comunità. Andremo a supportare i gruppi, ad organizzare concerti qui a New York per le band italiane, faremo circolare la cultura italiana. Chiediamo un contributo perché la radio sarà di tutti. Abbiamo anche messo dei premi, che vanno da quelli classici (come cappellino e maglietta), a quelli un po’ più bizzarri come “Radio Nuova York ti sposa in diretta”. Alberto ha preso la licenza per poter sposare chiunque in diretta radio.

Avete avuto un sacco di nomi importanti che vi hanno supportato, comeFrankie Hi-nrgI Tre Allegri Ragazzi Morti Si perché ci saranno anche loro. Il 7 ottobre ci sarà il terzo evento organizzato da noi con i Tre Allegri e Frankie Hi-nrg, con le Roipnol Witch, gruppo rock italiano,  di supporto e Chiara Vidonis di Trieste.

Cercate collaboratori? Assolutamente sì! Il discorso è che a noi interessa raccontare New York. Molta gente si è proposta dall’Italia, ma noi cerchiamo gente che sia a New York. Magari anche a distanza, però che sia coerente con il nostro palinsesto.  Noi dobbiamo ancora partire con le programmazioni. Cominceremo dopo il 7 di ottobre, ma Radio Nuova York è su tutti i social network e vediamo un sacco di gente che ci contatta, e ci sembra di avere già un buon feedback. Sono usciti anche articoli sulla Repubblica, Il Corriere del Mezzogiorno, Il Piccolo, etc. Ogni giorno riceviamo delle mail. Mi sembra che ci sia una bella energia!

Pensi che tornerai in Italia? Guarda, io non faccio programmi. Il futuro non è scritto. Io sto bene qua. Voglio portare avanti questo progetto e fare qualcosa di importante. Sono venuto qua per fare il mio lavoro di giornalista musicale. Finché tutto gira bene, allora resto qua. Ha senso stare a New York con un sogno e una visione. Tornerò in Italia a trovare amici e parenti.

 
 
 

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